user_mobilelogo
loc-sepQuando un uomo e una donna si separano lo fanno già dal momento in cui ad uno dei due viene in mente di andare via.  
Gli sguardi dei personaggi di Una separazione, pluripremiato film al festival di Berlino, sono i più intensi degli  ultimi anni sullo schermo e appartengono a volti “enormi”, che riempiono totalmente il quadro e assorbono, tutti in maniera indistinta, l'attenzione dello spettatore: da una parte una coppia borghese, benestante e laica, Nader e Simin con Termeh, la figlia undicenne, e il padre malato di Alzheimer, dall'altra una famiglia indigente, cupamente e severamente legata alla religione, Razieh e suo marito, con una bambina di quattro anni.

Il film si apre in un tribunale con  la ripresa dall'interno di una fotocopiatrice che scansiona documenti probabilmente di persone che stanno per essere giudicate, come se il mezzo cinematografico illuminasse una situazione diffusa, uguale dappertutto, universale, che si ripete uguale tante volte, avanti e indietro, sempre: luce, fotografia, movimento, somma che è già dall'inizio omaggio meraviglioso al cinema, al significato del cinema (la luce è necessaria perchè la foto possa esistere, l'inquadratura e il movimento concorrono a dare copia del reale, documentazione di uno spaccato di vita, senza differenze se non quelle di ciascuno di noi, delle condizioni in cui si nasce e cresce, del quotidiano, della malattia e degli affetti necessari alla vita).

Simin vuole il divorzio da Nader perchè lui non è d'accordo a partire e a lasciare l'Iran e un padre malato di Alzheimer bisognoso di assistenza continua. La donna allora si trasferisce dalla madre mentre la figlia Termeh decide di stare col padre e il nonno. Il vecchio padre ha un ruolo meraviglioso: attraverso di lui leggiamo i legami, il dolore e i cambiamenti, lo spezzarsi di equilibri. I suoi movimenti lenti, gli occhi buoni, la figura imponente percepibile nonostante la malattia, l'assenza ma l'attaccamento forte alla famiglia e alla vita, sono la trama sottile ma fondante di tutto il film. Quando Simin decide di andar via il vecchio le attanaglia la mano con un gesto forte, la stringe per non farla partire, la ammonisce così. Nader decide di cercare una badante per il padre; si presenta allora Razieh, una giovane donna molto affaticata e insicura che non rivela (per motivi religiosi) al marito di aver accettato il lavoro . La donna è incinta, lo scopriremo solo più tardi e così anche, forse, Nader. E' questo il nodo del film, ciò che ci tormenta: quale sia in fondo la verità. Quando Razieh lascia da solo il vecchio malato legandolo al letto per andare dal medico perchè colta da malore, Nader si arrabbia molto e la manda via malamente provocando (forse!) la sua caduta e la perdita del bambino. Questa è una delle possibili verità...Lo sviluppo è una vicenda penale che si muove altalenando lungo scene e sequenze  che non ci danno assolutamente l'impressione di una oggettività, o della possibilità di un'oggettività. E' difficile anche per lo spettatore scegliere da che parte stare,  la vita è così, ci sono tante verità e tutto può cambiare da un momento all'altro. Le bugie dette sono necessarie, dimostrano che la vita è anche uno smussare, un limare continuo, fatica e ricerca affannosa di equilibrio. Nader è sicuro della sua innocenza ma per essere più tranquillo e assicurare alla figlia la sua presenza e scongiurare il pericolo di passare anni in galera, deve omettere di conoscere la verità sulla gravidanza della badante.
E' straordinario come sia l'arte di Farhadi a rivelarci questa realtà attraverso il racconto e l'impercettibile montaggio. Lo spettatore finalmente ha di nuovo un ruolo attivo, nulla è  prevedibile, tutto è utile. Quello che non sembrerebbe avere importanza per la comprensione della trama costringe lo spettatore a ritornare indietro per ricostruire dettagli necessari, lo obbliga ad andare con la memoria al passaggio appena sfumato. Da troppo tempo non si assisteva ad un cinema così puro, semplice nella sua grande poeticità; le immagini, i raccordi, i rapporti, sono i versi di questa straordinaria prova di cinema.
E che dire di Termeh? E' una ragazzina estremamente buona e intelligente, che è raccordo tra le parti, almeno vorrebbe esserlo. Spetta a lei decidere del destino della famiglia, ma nonostante la sua apparente determinazione, non ce la fa perchè è impossibile.
La separazione è posta da un vetro, divisione che lascia vedere ma non si lascia attraversare,  metafora dell'incomprensione ed enigmaticità della vita stessa: impossibilità di oltrepassare i propri limiti e di tornare indietro ammettendo le proprie fragilità. 
Alessandra Vigna