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locandinaTorna il maestro Ermanno Olmi a farci riflettere su situazioni tanto vicine eppure lontane dal  nostro presente.  
Il villaggio di cartone ci invita e ci “raccoglie” in una serie opprimente di interni senza darci mai la  possibilità di uscire; è come se, con la sua firma, ci portasse all'interno
di una realtà  da cui vogliamo fuggire, di fronte alla quale non siamo in grado di prendere una posizione.”Vieni dentro, vieni a vedere...” sembra volerci dire il regista, “ti mostrerò la precarietà umana”.
Di cartone sono i letti degli immigrati clandestini, di cartone la loro situazione, così come lo è la Chiesa: fragile, vuota, smantellata e dove il parroco ha dovuto smettere di predicare perché sconsacrata e chiusa al culto.

Un senso profondo di tristezza permea tutta la storia, solo uno spiraglio: una fessura sulla vetrata della navata centrale, gocce d'acqua che stillano dal mosaico rappresentante l'occhio di Dio. Le lacrime che cadono al centro della chiesa in un fonte battesimale serviranno a rinfrescare e a lavare. Sembra quasi che Olmi abbia voluto rappresentare visivamente la sofferenza della Chiesa, e dalla sofferenza la rinascita, la rigenerazione. Dall'esterno solo echi di sirene,  scoppi di bombe, qualcosa che noi non riconduciamo ad una guerra reale ma rumori narrativi, interni. Solo quando si svuota, la chiesa può di nuovo tornare a svolgere la sua funzione di casa, di luogo di accoglienza, diventa culla per una comunità, rifugio vero e proprio per i clandestini.
Non cede il passo all'amarezza però la fede del protagonista don Gianni, ancorata più che mai al suo cuore di uomo dal volto spezzato dalle rughe, intenso, dagli “abiti” sempre uguali, un cappotto pesante che le sue spalle trascinano, la sua cena stanca con latte e biscotti e una tv che proietta sempre la stessa scena di onde che rilasciano un quaderno, quello stesso quaderno che ritroviamo in mano ad  un vecchio immigrato: sarà forse la ripresa del momento dello sbarco degli stessi protagonisti?
La sua dignitosa disperazione gli fa ritrovare una forza di vocazione che mai prima aveva avuto, fin da subito restaura nella sua chiesa l'angolo dedicato alla croce, all'unità di preghiera, focolare della speranza e del miracolo.
L'acqua, elemento protagonista del film, con la pioggia incessante e quella raccolta nel fonte battesimale dagli immigrati si contrappone al buio della notte, all'assenza di lampade, allo spegnimento delle candele quando gli immigrati si accorgono della presenza di estranei, della polizia.
Per tutto il film è debole la voce del sacerdote, è fredda, distaccata, esprime forse la solitudine di un uomo che, anche se sembra senza forze, è l'unico a sostenere i clandestini, è rimasto solo, è la voce di chi sta ancora costruendo il suo percorso, nonostante la non più giovane età, candido come un giovane iniziato. E' solo con il medico del luogo che si aprirà completamente, un medico ateo, sfuggito da bambino ai campi di sterminio, che cura tutti indistintamente, è a lui che, dal letto della sua stanza, inquadrato di fronte nella figura intera, ha espresso i suoi momenti di debolezza, ha mostrato il suo animo. L'immagine intera, frontale di don Gianni ci paralizza, la finestra alle spalle del letto ritaglia un cielo plumbeo, con nuvole leggere; è forte e destabilizza la scena (come se anche lui, non più appesantito dal carico emotivo, potesse sentirsi aereo, vestito ora di una leggerezza e di uno sguardo libero di andare...). Quella che chiude il film è una confessione esclusiva al medico, figura che è sofferenza pura, dignità e umiltà al tempo stesso, è un incontro che sconfina in unità; forse soltanto con lui può condividere quel dolore che è rivoluzione interiore, meditazione sul suo essere.

Olmi arriva a spogliare la Chiesa, in  modo forse provocatorio, a ricondurla alla sua essenza, all'uomo che soffre e che incontra l'altro e dà speranza perchè, come sostiene all'ultimo,  devono essere gli uomini a cambiare il corso della storia e non la storia a cambiare gli uomini.
Come lo hanno definito Gianfranco Ravasi e Claudio Magris, anche questo, come ogni film di Olmi, è “una spada di luce che trapassa l’epidermide della storia per coglierne la carne e scendere fino al midollo delle ossa”» (“L’Osservatore Romano”, 24 luglio 2011)

 

Alessandra Vigna