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CUORE DI CUOIO
Cosimo Argentina
edizioni Fandango

 

Forse oggi può apparire difficile, ma per capire l'intrinseca bellezza morale del calcio basta guardare una partita di serie minore, tra squadre che non hanno mai calcato i campi della serie A. Basta seguire una domenica il Cosenza nella trasferta di Taranto, in una città dall’antica bellezza oggi sfigurata dallo sviluppo, nella quale però le leggende resistono ed hanno nome e cognome, tanto da dare il titolo allo stadio: Erasmo Iacovone.

Cosimo Argentina, utilizza Iacovone per parlare della sua città e di un pezzo della sua storia. Il suo Cuore di cuoio è un esilarante e tenero sguardo sui rioni popolari di Taranto alla fine degli anni settanta e i suoi giovani protagonisti emergono da subito come la cosa più bella del libro così autenticamente assurdi, sfegatati, monomaniaci, duri, grandiosi: sono come si è davvero a quattordici anni, se si è nati e cresciuti nel quartiere popolare di una città incastrata tra il mare e le fabbriche e, forse per questo, i sogni sono piccoli e puri come quello di correre dietro una sfera pulsante di cuoio.

Sì perché  Cuore di cuoio racconta la storia di un gruppo di ragazzini che sognano di diventare calciatori. Tra questi emerge per personalità Camillo Marlo, terzino di belle speranze nel mirino della Juventus, conosciuto da tutti come Krol, il nome di uno dei più grandi giocatori dell’Olanda che negli anni 70, grazie al cosiddetto "calcio totale” rivoluzionò il modo di giocare al calcio in Europa. Siamo in quegli anni e la città che ospita le scorribande calcistiche e non dei protagonisti sta vivendo un’indimenticabile stagione, con la squadra locale inaspettata protagonista del campionato di serie B dopo aver battuto gli eterni rivali del Bari con un gol del bomber Erasmo Iacovone.

Ma proprio sul più bello, improvvisa e tragica arriva la morte di Iacovone. Il 6 febbraio 1978, mentre guidava una Diane, fu travolto da un'Alfa rubata che correva inseguita da un’auto della polizia sulla Taranto - Lecce. Quel lutto calcistico sembra non essere mai cessato anche adesso che Erasmo Iacovone è quasi un’icona, cristallizzato nel nome di quello stadio che rappresenta il languido ricordo di una stagione irripetibile. Argentina sceglie di raccontarla con un piglio commovente e lieve, usando gli occhi disincantati e sinceri di un ragazzino di quattordici anni quasi patologicamente innamorato del calcio, del calcio meraviglioso di quegli anni fatto di parole dal sapore antico come “Coppa dei Campioni”, 90° minuto, dove la "bibbia” è l'album delle figurine Panini e il giovedì si vive nell’attesa dell’appuntamento serale con Eurogol condotto da Gianfranco De Laurentiis e Giorgio Martino. Le ragazze hanno i nomi delle squadre europee più forti, sono importanti sì ma vengono dopo, dopo il pallone e gli amici, “un terzo posto onorevole” direbbe il nostro Krol.

La morte del campione diventa per i giovani protagonisti del racconto la fine di un sogno e una dolorosa resa dei conti: «Fino a un minuto prima è il tuo idolo insieme a Krol e un minuto dopo à mmuert'. Con la differenza che Krol se ne sta ad Amsterdam e Iacogol invece giocava nel Taranto, gli piacevano le mie scarpette Orso d'Abruzzo, aveva segnato al Bari, non se la tirava, lo volevano la Fiorentina e la Roma, era in pratica al tempo stesso uno di noi e uno arrivato all'album Panini». Ieri quel baffuto e possente centravanti con la casacca rossoblu prendeva tutte le palle di testa grazie ad una grande elevazione, un fenomeno di forza e irruenza. Oggi Erasmo Iacovone è uno stadio, un catino di amore, cemento e passione. Ha sostituito il vecchio stadio di legno e tungsteno, ma Taranto da allora ha perso il calcio che conta e, forse, anche la voglia di sognare.