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Recensioni Libri

la farfalla granataL’annuncio della casa editrice BeccoGiallo della prossima pubblicazione di un fumetto dedicato alla vita di Gigi Meroni, è l’occasione ideale per parlare della nuova edizione de “La farfalla granata”, la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni scritta da Nando Dalla Chiesa per la Limina edizioni. Un libro bello, importante e sempre attuale perché Gigi Meroni continua a essere un’icona non solo per i tifosi di calcio, ma anche per un’intera generazione, che in lui riconobbe l’interprete ideale della domanda di libertà che investì l'universo giovanile alla fine degli anni sessanta.

Da giocatore fu un’ala destra formidabile, noto in tutto il mondo per il gioco estroso, fatto di dribbling strettissimi, giocate imprevedibili e continue invenzioni, che lo fece diventare il beniamino dei tifosi. Anche i suoi gol non erano mai banali, quasi fossero il prolungamento ideale delle pennellate dei quadri che dipingeva. Sì perché Meroni  non era solo un calciatore ma molto di più: un artista. Oltre a dipingere, infatti, disegnava i bozzetti dei vestiti e degli abiti che poi, su commissione, faceva realizzare e regolarmente indossava con eleganza da consumato dandy.

Gigi Meroni è stato un personaggio complesso: mite e ribelle, inquieto e geniale, credente e protagonista di un amore difficile e invincibile con una donna sposata. Per il suo stile di gioco particolarissimo, per la capigliatura e per il suo inimitabile abbigliamento fu oggetto di amore e di dileggio. Amore da parte della curva torinista, anche grazie al suo clamoroso rifiuto di trasferirsi alla Juventus per la cifra, stratosferica per quei tempi, di un miliardo di lire. Dileggio da parte dell'ala benpensante dell'opinione pubblica e del giornalismo sportivo, che ne decretò un lungo e inspiegabile ostracismo in nazionale. 
Basterebbero queste poche righe per capire come condensare in un libro la vita della “farfalla granata” fosse impresa ardua. Ma Della Chiesa ci riesce benissimo, facendo emergere il desiderio di libertà che caratterizzò Meroni in campo e nella vita. Capellone e anticonformista, gli piaceva assaporare la vita in tutto e per tutto, senza condizionamenti ma anche senza farsi mancare nulla: macchine sportive, bei vestiti, belle donne. Ma in fondo cosa chiedeva Gigi Meroni? Chiedeva libertà, il piacere di essere se stessi integralmente senza ruoli prestabiliti, la voglia di esprimere la propria sensibilità contro le coercizioni del sistema.

Anche per questo molta gente comune si rispecchiava in lui e molti ragazzi dell’epoca cercavano di emularlo. È stato un precursore in tutto perché possedeva il dono dei grandi: anticipare i tempi. Il ‘68 era lì alle porte e lui già seminava difese e se ne andava in dribbling, non solo in campo, ma anche nella vita. Ma non riuscì ad evitare il tunnel che il destino, crudele e beffardo, gli aveva riservato.

    Morì  tragicamente in un banale incidente, la sera del 15 ottobre 1967, una domenica in cui il Toro batté per 4 a 2 la Sampdoria al Comunale. Insieme al suo compagno di squadra Fabrizio Poletti attraversava Corso Re Umberto, per andare a prendere un gelato quando fu travolto dall'auto guidata da un diciannovenne appena patentato suo grande tifoso, Attilio Romero che ironia della sorte diventerà nel 2000 presidente del Torino. Meroni morì la sera stessa in seguito ai gravi traumi riportati. Ai funerali parteciparono migliaia di persone, per colui che fu il giocatore più amato da un’intera generazione.

La domenica successiva si giocò il derby con la Juventus che il Torino vinse per 4 a 0 (cosa mai più ripetuta). Tre gol furono segnati dal suo grande amico Nestor Combin che malgrado 39° di febbre volle scendere in campo ugualmente, mentre il quarto gol fu segnato dalla maglia numero 7, indossata quella domenica da Carelli. La numero 7, la sua maglia, la sua seconda pelle.

Loris Vitriecu