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libro

Giuseppina Torregrossa
Il conto delle minne

Mondadori

S.Agata è una santa patrona molto venerata in Sicilia. Martirizzata dal governatore romano Quinziano, così almeno narra la leggenda, per non aver voluto cedere alle sue voglie.

Agata si era consacrata al Signore e Quinziano, in un estremo gesto di disprezzo, fa strappare alla “Santuzza” i seni che, per volere di Dio, però, ricrescono la notte. La Santa bambina verrà comunque martirizzata ma il suo gesto diviene l’emblema dell’orgoglio femminile, della massima aspirazione all’individualità ed al rispetto di sé, nonché ovviamente, per la chiesa ma forse non del tutto per le donne, di virtù eroica cristiana.

La vicenda del romanzo parte dalla narrazione delle imprese di S. Agata che una nonna fa alla nipotina proprio mentre alla vigilia della festa si preparano i tradizionali pasticcini in devozione alla Santa.

Il racconto si snoda durante un secolo, quasi, di storia siciliana ed è una saga in cui sono protagoniste solo delle donne. Donne per di più in balia di un maschile che le umilia le ferisce o le ignora.

Proprio come S. Agata le “femmine” del romanzo devono combattere con uomini brutali ed insensibili, un paradosso, nella terra in cui si celebravano, in antichità, maggiormente i culti della “grande madre”, in una terra matriarcale per eccellenza. Le protagoniste , però, non seguono l’esempio di Santa Agata e si lasciano sopraffare, scordando l‘orgoglio ed amor proprio, per finire mutilate, senza possibilità di ricrescita, dell’orpello emblema della femminilità: i seni, “le minne” appunto.

Tutte le donne della famiglia si vedono portare via, per una malattia, il seno. Tutte le donne che non si sono opposte all’arroganza di mariti, fidanzati o amanti oppure non hanno trovato il coraggio di ribellarsi al ruolo assegnato loro dalla società, finiscono per ammalarsi e perdere il seno e l’identità. Una malattia reale ma, chiaramente nella narrazione, metaforica che serve all’autrice per ricordare che comunque l’identità femminile può essere persa ma deve essere ritrovata, proprio come successe alla “Santuzza”, alla quale ricrebbero i seni proprio perché non si lasciò sconfiggere dal potere prevaricante del maschile.

Non a caso l’unica donna del romanzo che non subisce la mutilazione delle mammelle è una trisavola della protagonista che lavora e ama, liberamente, senza incasellarsi in ruoli sociali stabiliti né assoggettarsi al volere dispotico di un uomo “castrante”.

Un romanzo femminile e femminista direte voi. No, non proprio: un romanzo trasversale che serve alle donne per ricordare che non c’è nessun Quinziano che tenga… Ognuna è padrona di se stessa! E che serve agli uomini per ricordare cosa odiano le donne, come si possono omaggiare realmente compagne, amanti, mogli e per riscoprire quale tesoro è la femminilità se realmente compresa e rispettata. E poi.. anche se non posso anticipare, ovviamente, il finale, la salvezza arriverà inaspettata proprio da un uomo….. il quale….. ma basta! Correte in libreria.

Vi ricordo inoltre, “last but not least”, che io adoro le sagre famigliari, la Sicilia ( di cui a sprazzi si percepiscono gli odori ed i sapori e si coglie uno scorcio della complessa storia) e le storie fluide e senza arzigogoli grammaticali.  Vi ho convinto anche questa volta? Buona lettura!

Rossana Castriota